top of page

Ricordi di un tempo che fu

  • Immagine del redattore: ARCHEO CLUB
    ARCHEO CLUB
  • 14 lug 2024
  • Tempo di lettura: 3 min



Chi o quanti di voi ricordano quando nelle calde sere d’estate, durante la luna piena, seduti con i vicini sul "balataru" di casa a godersi il fresco – al tempo non esistevano televisioni o condizionatori – si raccontavano le storie di Giufà, Orlando e Angelica e pagine dei Beati Paoli, mentre le mani erano impegnate a "spicchiari" – decorticare – fave secche, prima che venissero infestate da un parassita, che il nonno chiamava "papuzzana", un insetto nero alato di circa 5 millimetri, dotato di antenne.

Le fave, così trattate, si conservavano per uso alimentare; nonna Cicia era molto abile a prepararne un piatto delizioso “lu maccu di favi” con verdure o pancetta, tramandatomi e da me tutt’oggi preparato. Intanto, io e il mio coetaneo Filippo, prima di addormentarci tra le braccia di mamma, giocavamo nella polverosa strada da "pizzu a pizzu di la cantunera", rincorrendoci e guardando con il naso all’insù il lucente astro, cantilenando:


"Luna lunedda fammi ‘na cudduredda,

fammilla bedda ranni chi ci a portu a San Giuvanni.

San Giuvanni nun la voli, ci la duna a San Nicoli,

San Nicoli si la pigghia e la duna a li cunigghia.

Li cunigghia scali scali e rumperu li quartari,

li quartari chini i meli, viva, viva San Micheli.

San Micheli ‘nta lu chianu, viva, viva San ‘Mmastianu,

San ‘Mmastianu è di Miliddi, viva, viva i picciriddi.

Picciriddi vannu ‘ncielu a sunari li tri tocchi,

li tri tocchi su’ sunati, viva, viva a Trinitati."





Esausti dal gioco e cullati dalla filastrocca, ci accoglieva il grembo materno, per svegliarci la mattina subito dopo il canto del gallo. Allora, lasciavo il letto, mi lavavo con l’acqua tirata su dal pozzo - non esisteva rete idrica - mi vestivo e mi lisciavo, mentre aspettavo che mamma mungesse Bettina, capretta dal manto bianco/marrone che produceva un latte favoloso, il quale, appena munto, ancora caldo veniva versato in una tazza poggiata su una tovaglia sulla tavola, accompagnata da alcuni "sarviati", biscotti fatti in casa, per servire così la prima colazione.

Ancora oggi ricordo le dosi e le percentuali degli ingredienti che nonna usava: una "quartigghia" di farina di "russuliddu", macinato a "lu mulinu ad acqua", un bicchiere colmo di farina di segale, un bicchiere stracolmo di granella di mandorle o noci, tre "cicari e mezzu" di zucchero e due di olio. Aggiungeva anche mezzo cucchiaino di ammoniaca e un pizzico di sale. Il tutto, dopo scrupolosa miscelatura, veniva impastato con il latte di Bettina, aggiunto nella giusta misura per formare una bella pagnotta, lasciata a riposare coperta da un canovaccio appena umido. Trascorsa circa un’ora, l’impasto veniva steso "cu lu lasagnaturi" sopra "lu scannaturi", formando un rettangolo spesso circa un centimetro; si ricavavano poi, lavorate a mano, varie forme e figure a treccia o a rettangoli, che, depositati in una teglia appena oleata, si facevano cuocere in forno subito dopo aver sfornato il pane. Tali biscotti, poi, venivano conservati in una "buatta", per non perderne la fragranza, riposta nello stipo.




All’echeggiare del suono delle campane dell’orologio di città, che ci avvisava che era l’ora di recarci a scuola, indossando un grembiulino di colore blu chiaro, con colletto inamidato bianco, mi incamminavo insieme ai coetanei del vicinato per raggiungere il plesso scolastico sito nella via Collegio, dove ci accoglieva con un amorevole sorriso, difficilmente dimenticabile, Donna Rosa, la bidella. Con quel sorriso iniziava la quotidiana avventura scolastica, guidata con garbo, gentilezza e dolcezza da una grande insegnante che trasmetteva umiltà e amore, il suo cognome faceva Polizzi, è stata come il primo amore che non si scorda mai.

Il suono della campanella, ora dell’intervallo, stabiliva che si poteva iniziare il baratto con i compagni di classe: una fetta robusta di pane con spicchio di formaggio si scambiava con una manciata di fichi secchi, un po’ di carrube con mezza cotognata. Alcuni non aveva niente da barattare, erano figli di famiglie meno fortunate delle nostre che, finite le ore di lezione, venivano accolti dalla refezione scolastica. Solo così potevano godere di un pasto caldo.

Correva l’anno scolastico 1947/48.


CAMPOBELLO DI MAZARA 14/07/2024


IL PRESIDENTE DELL'ARCHEOCLUB

CAMPOBELLO CAVE DI CUSA

ANTONINO GULOTTA


 
 
 

Comments


Post: Blog2_Post

Modulo di iscrizione

Il modulo è stato inviato!

©2020 di Archeoclub Campobello Cave di Cusa. Creato con Wix.com

bottom of page